Cantare nel coro delle differenze

LaMiaEmozione

Io direi che in primo piano ora dovrebbero esserci le differenze.

Le differenze che creano la Differenza, le differenze che confermano che il vostro andare non è più un andare dentro la dimensione umana.

La Differenza per voi dovrebbe essere proprio il riferimento primario, in ogni momento, in ogni situazione, le differenze dovrebbero circolare dentro la vostra logica e dentro il vostro sangue. La Differenza è attratta da voi, perché anche lei vuole essere confermata, la Differenza sa che è la Differenza, sa che presenta qualcosa di diverso da ciò che esisteva prima o che veniva pensato – immaginato prima, però anche lei, come ogni altra energia, vorrebbe avere delle conferme, delle interazioni, vorrebbe essere accolta e ricambiata.

Sgombratele il posto, invitate la Differenza ad infiltrarsi nella vostra attuale grafia esistenziale.

La mente pensa, la mente sa, oppure pensa di sapere, la mente si occupa e si pre-occupa di tenere le cose in ordine. Ma la mente non sa che dovrebbe essere precaricata da un’emozione, da un’emozione che non pensa, che non sa, ma che, espandendosi, permetterà alla mente di sapere, di pensare, di esporre in una maniera diversa.

Come possiamo definire questa emozione primaria che adesso proveremo ad installare presso la vostra mente?

È l’emozione della Felicità, dell’Amore, della Vita, del venire a sapere, del narrare la Vita, dell’essere testimoni del fatto di possedere la Vita.

Questa emozione è anche una specie di esposizione primordiale, una trama primordiale, un raccontare primordiale. Ecco, questa emozione sta fecondando la mente e la sta anche liberando da ciò che sono le sue attuali abitudini del sapere, venire a sapere, descrivere, precisare, interrogare e la mente si sente bene, la mente sente che sta avvenendo un miracolo, che si sta immergendo dentro un miracolo.

Il concetto delle differenze e il concetto dei miracoli.

Finora com’era il rapporto della mente con il miracolo? Il concetto del miracolo veniva ammesso, la mente sapeva che i miracoli in teoria possono esistere, ma il motore di ricerca, se veniva immerso in un contesto che avrebbe potuto essere definito come contesto del miracolo non poteva avanzare, non poteva relazionarsi con quell’ambiente. Questo perché non sapeva come comportarsi in un contesto in cui tutte le regole, tutte le definizioni, tutte le macro tendono a cadere, a non essere più valide. Siccome la mente è un organo che provvede all’ordine, se manda in esplorazione il motore di ricerca gli impone di andare lungo i percorsi e i binari che non rischiano di compromettere l’ordine attualmente possedibile. Perciò il motore di ricerca poteva anche incontrare l’ambiente del miracolo, però poi dopo faceva un’inversione a U e tornava indietro e dentro il motore di ricerca c’era pure un leggero rammarico perché, in quanto motore di ricerca, lui riusciva ad interfacciarsi con il miracolo e avrebbe voluto estrarre da quell’ambiente dei dati, delle grandezze, dei punti di vista, ma questo servizio non gli veniva concesso.

La definizione del miracolo, del miracolo che è qui, del miracolo che vi circonda.

Io vi suggerisco di aggiornare le vostre attuali definizioni e aspettative del miracolo che avete ancora a livello del motore di ricerca, perché, per come era impostato prima il parametro del miracolo, c’era dentro anche la proibizione di toccarlo, il divieto di immergersi nel miracolo.

Dunque, che cos’è un miracolo?

Finora la mente poteva associare la definizione del miracolo a qualcosa di sovrannaturale, a qualche fatto o evento inspiegabile con l’attuale logica terrestre, con l’attuale ordine terrestre. Per la mente, il miracolo era l’equivalente della non conferma di ciò che era il suo normale ordine di gestione: quindi, possedendo un certo ordine, la mente filtrava e censurava tutte le manifestazioni della Vita che sarebbero state delle non conferme dell’ordine attualmente possedibile. Questo non vuol dire che alla mente non piacessero le avventure, le avventure le piacciono, le piacciono anche ragionando con il senso dell’ordine, però la mente nel suo immaginare le avventure, l’avventurabilità, limitava tutto ciò che avrebbe potuto rappresentare un pericolo per l’attuale ordine, per l’attuale senso dell’ordine. Quindi avventure sì, ma sotto un controllo strettissimo: “Lungo questo binario no, lungo quell’altro binario neppure, di qua non si può, di là nemmeno!”. A questo punto, la definizione stessa di avventura tendeva a dissolversi, e le energie potenzialmente coinvolte borbottavano: “Mah, rispettosamente parlando 🙂 dov’è lo Spirito dell’avventura, che avventura è?!”

Io propongo di aggiornare il concetto dell’avventura abbinandolo al concetto della trasformazione, della trasformabilità.

L’avventura è qualcosa in cui c’è un certo stato esistenziale entrante che poi si trasforma, cambia, e quindi in output c’è un altro stato esistenziale: quindi dev’esserci qualche differenza di principio, una differenza di qualità, non può esserci un’avventura se apparentemente viene osservato lo stesso percorso lineare, magari con certe scenografie o arredamenti che creano una parvenza di novità.

L’avventura è prima di tutto un diverso allacciamento del consumo delle energie, perché è il consumo delle energie che crea una differenza di qualità.

L’avventura di chi, di che cosa? L’avventura di se stessi, ma contemporaneamente della Vita tutta, perché, a livello della vostra nuova pelle, voi siete strettamente intrecciati, siete fusi con la Vita tutta. Poi, ovviamente, per ogni avventura vi organizzate, tirate dentro certi parametri, certi accompagnatori, certi consumi delle energie, quindi l’impostazione dell’avventura si fa, si può fare, e poi l’avventura … si dipinge. È una cosa grafica, è una funzione grafica, voi vi rendete conto che vi state spostando, che si sta spostando anche la località circostante, voi siete in movimento e possedete la località e vi permettete di notare che il vostro movimento e il movimento della località non sono affatto la stessa cosa.

Il movimento principale è il vostro. Il vostro movimento – spostamento dentro l’avventura è il movimento dominante rispetto al movimento della località, è il movimento determinante, è il Movimento Maiuscolo. Però, per rendervi conto del vostro movimento ed estrarre da lui vari momenti di illuminazione e di arricchimento, voi dovete anche osservare come si presenta il movimento presso la località, ma senza mai mettere un segno uguale tra il vostro movimento e il movimento della località, senza cadere nella trappola di percepire il vostro movimento come dipendente dal movimento della località oppure dallo stato di fermo della località.

Quindi, rinunciate a questa associazione, rinunciate a questo segno di uguale. C’è il movimento della località, che a sua volta può essere formato da tante cose, può aggiornarsi, può a volte essere più veloce, a volte più lento, ma non è mai, assolutamente, la determinatezza principale, la grandezza principale. È uno sfondo: per come viene dipinto e disegnato, il movimento della località o la località in movimento è soltanto uno sfondo per il vostro gioco, per il vostro Game.  

È come un lavoro grafico sul computer: per accompagnare il vostro movimento principale voi vi scegliete lo sfondo, possibilmente quello più adatto per accompagnare il vostro processo principale. Magari per alcune operazioni vi conviene avere uno sfondo quasi trasparente, quasi invisibile, quindi dal punto di vista del consumo delle energie il movimento della località a volte per voi potrebbe essere quasi inesistente, quasi irrilevante, perché, in quel momento, per portare avanti il vostro movimento – e questo è il vostro investimento principale – voi non avete bisogno di essere circondati da uno sfondo e dal suo consumo delle energie piuttosto impegnativo, non è il caso di dedicare la vostra attenzione alle varie manifestazioni altrui presso la località, perché questo potrebbe compromettere o rendere più difficile il vostro lavoro principale, il procedere del vostro movimento specifico, l’espansione della vostra velocità, l’esecuzione della vostra avventura o altro ancora.

Però possono esserci i momenti in cui vi conviene avere uno sfondo (ciò che vi circonda, la località) magari più esplicito, più nitido, più in rilievo. Facendo un’analogia con il computer, magari un soggetto, per mettere a punto certe sue prestazioni, potrebbe a volte aver bisogno di uno sfondo nero o comunque molto scuro oppure al contrario, di uno sfondo pieno di fiorellini, di colori vivaci. Dipende dalla convenienza, perché lo sguardo prende in considerazione le cose che mette a fuoco, ma voi non siete obbligati ad avere uno sfondo, una località sempre fissa, sempre uguale, perché in questo modo limitate e depotenziate anche il vostro stesso movimento, la qualità del vostro lavoro grafico.

E il vostro lavoro grafico, che è quello della trasformazione, della trasformabilità, tende a soffrire se voi dedicate troppa attenzione allo sfondo e soprattutto se voi lo classificate come uno sfondo immutabile, rigido, obbligatorio.

Come potete rendervi conto che la località intanto non è fissa, non è continuativa? 

E che addirittura potrebbe essere ricaricata – riavviata secondo le vostre scelte?

Che, come sfondo, potrebbe mutare certe sue apparenze, le velocità, la scala, i segni di riconoscimento, la segnaletica stradale?

Ecco, qui bisogna osservare e notare e man mano che scoprite delle differenze anche piccole, anche delle piccole conferme della non continuità, della condizione che la località vi è data in dotazione come sfondo, invece di essere una specie di determinatezza primaria da cui estrarre anche voi stessi, vi arricchite tantissimo. Ogni singola differenza che notate è come un nutrimento vitale, è come un: “Ah ecco, lo sapevo, lo sapevo! 🙂 ”, è come soddisfare una sete pazzesca. Poi, dopo, magari non sapete nemmeno cosa farne di queste differenze che avete notato, ma già se soddisfate questa vostra sete e vi permettete di essere ancora più liberi, ancora più disinvolti, ancora meno dipendenti dalla località, ecco che cresce ulteriormente la vostra qualità di essere il primo grafico, la capacità di gestire e mandare avanti le avventure della vostra validità. Voi usate le immagini, usate i colori, usate le grandezze, gli zoom. A livello grafico voi potete indicare che per esempio questa immagine precede quell’altra immagine: dal punto di vista del consumo delle energie è normale, ma questo alternarsi delle immagini, dei comportamenti della luce, non è la stessa cosa dell’ordine rigido imposto dal tempo lineare. E mentre voi trafficate con le vostre prestazioni grafiche primarie, contemporaneamente sbirciate anche quello che fa lo sfondo, quello che combina la località e ciò che notate vi permette di ottimizzare ulteriormente il vostro andare. Quindi voi prendete in considerazione la località, non è che la ignorate del tutto, però la prendete in considerazione come una specie di suggeritore – accompagnatore anonimo e indiretto, come un checkpoint, come uno sfondo vincente per le vostre avventure vincenti.  

Tutto si accende e tutto si spegne, il landscape, la località si accende e si spegne, voi stessi non siete continuativi, anche voi vi accendete e vi spegnete, non sempre è un’accensione totale e uno spegnimento totale, ci sono degli interruttori parziali che permettono magari di accendere e di spegnere un certo specifico regime del consumo delle energie.

Perché finora questa linearità, questa costanza, questa apparente continuità vi era data come una grandezza assiomatica?

Allora, la Vita è un landscape, la Vita forma dei landscape, forma dei paesaggi esistenziali, e poi voi vi trovate allacciati ad un certo landscape, a scegliere un certo landscape e quindi ad interagire con la Vita da dentro quel landscape. Nel landscape della Terra della dimensione umana questa costanza, questa continuità era impostata in modo incontestabile. Cioè il landscape stesso non aveva la possibilità di rendersi conto che non è affatto continuo, era imballato nella confezione della continuità, i codici usati per scrivere questa particolare esposizione della Vita, non ammettevano l’accensione e lo spegnimento, non ammettevano l’esistenza degli interruttori e dei regolatori della Forza, delle differenze sostanziali nel consumo e nel movimento delle energie. E dato che il vostro Io riempiva questo landscape e si riconosceva come facente parte di questo landscape, era costretto a professare anche lui stesso questo parametro della continuità, ad esserne il portatore e l’agente.

Adesso che ragioniamo nei termini delle differenze, del miracolo, adesso che abbiamo liberato la mente dalla necessità di badare all’ordine conosciuto, come possono cambiare le cose?

Ovviamente si parte prima di tutto da se stessi, dalla percezione di se stessi, del proprio corpo, della propria realtà interiore ed esterna. Usando anche le recenti rivelazioni sulla morbidezza e la durezza possiamo dire che la mente finora era la garante della durezza, lei, il suo motore di ricerca si rivolgevano alla Vita possedendo la durezza, il regime delle determinatezze univoche.

E la morbidezza che cosa cambia, che cosa permette di ottenere? Intanto la morbidezza è una grandezza non costante, non è interessata a possedere la costanza, la continuità. La morbidezza è variabile, a volte può anche essere costante se le va, a volte può usufruire benissimo dei calcoli, delle equazioni che adoperano le grandezze costanti, ma è la morbidezza che lo decide, che lo ordina e sa anche che, essendo morbidezza, può cambiare idea in qualsiasi momento, può rinunciare a questo obbligo di usufruire delle grandezze costanti e apparentemente fisse.

Il corpo potrebbe sparire oppure no? La mente di prima che cosa risponderebbe? Risponderebbe: “Mi risulta molto poco probabile, voglio essere una mente che collabora quindi posso ammettere questa ipotesi, però da dentro l’ordine che possiedo mi risulta molto poco probabile che il corpo possa scomparire”. La mente di adesso, miracolata e messa in contatto con il miracolo, cosa direbbe? Direbbe: “Why not?”. 😉

Anche la condizione di avere questo corpo, con la sua attuale densità, è sempre una condizione del consumo delle energie: ci sono certi consumi delle energie che assicurano che il corpo sia costante, apparentemente costante e sempre presente, e la mente fa di questo consumo delle energie una specie di religione, una specie di cosa sacra, il suo altare dell’ordine esistenziale.

Invece il corpo potrebbe essere e potrebbe anche non essere, nel senso che potrebbe essere visibile o non visibile. Se è disciolto nella realtà non è assente, assente vuol dire che non c’è proprio nessun consumo delle energie associabile a questo corpo e allora possiamo dire che il corpo non c’è, che c’è un involucro vuoto. Ma se invece il corpo è disciolto nella località, quindi non si vede con l’attuale sguardo, però possiede comunque un certo consumo delle energie, e queste energie le usa, le investe, magari trasforma perfino le cose, allora vuol dire che c’è, che è un corpo vivente.

Quindi diciamo che i corpi possono essere visibili o non visibili, ma la vera differenza la fa il consumo delle energie, il regime che potrebbe essere scelto per creare – servire una nuova realtà, un nuovo landscape, il risveglio, la trasformazione.

Secondo voi, com’è la correlazione tra i corpi nella terrestricità, tra quelli attualmente visibili e quelli attualmente non visibili? E, a livello dei corpi attualmente visibili, quale potrebbe essere la percentuale dei corpi assenti, assenti nel senso che non c’è quasi nessun consumo delle energie, associabile a questi corpi? Cominciamo un po’ a sfidare questi assiomi della logica umana. Praticamente la vostra illuminazione avviene contemporaneamente in queste due direzioni: una è quella in cui vi rendete conto che il vostro rapporto con l’invisibile è molto stretto, molto naturale e che anche voi stessi potreste permettervi di possedere l’invisibilità. Poi certo c’è la convenienza che dice: “Sì, ma l’invisibilità per che cosa la vuoi, per giocare a nascondino con i bambini o per qualcos’altro?” 🙂

Vabbè, su questo ci sarà da trattare, ma sostanzialmente la condizione dei corpi nella terrestricità prevede questa possibilità, di passare dal visibile all’invisibile, dall’invisibile al visibile, formando le proprie immagini, riempiendo lo spazio, formando queste performance grafiche dominanti, quindi scegliendo proprio come essere, tramite quali immagini, con quali manifestazioni della densità. E questa è una delle direzioni in cui avvengono le vostre scoperte e le vostre illuminazioni. L’altra è quella che fa parte del discorso dell’osservare lo stato della località, la località che vi è familiare. La mente è abituata a ragionare così, che ci sono questi milioni, miliardi di corpi e non si chiede se sono davvero tutti presenti, non si chiede se magari nell’attuale esposizione del landscape potrebbero esserci delle cose che sembrano presenti, ma in realtà non lo sono e questo non lo dico parlando soltanto dei corpi umani, ma di tutto ciò che riempie la terrestricità.

Essere, essere per davvero, vuol dire possedere le energie, le energie della Vita e usufruire di queste energie per interagire con il landscape. La presenza esterna come la potete osservare adesso, diciamo apparentemente tantissime persone, ma anche non solo persone, quello che succede, quello che si muove… bisognerebbe mettere queste cose in un impianto a raggi X e rilevare quali energie ci sono, e se ci sono, perché magari non ci sono nemmeno, magari è soltanto una specie di immagine complessiva che è stata formata dal landscape stesso e poi questa immagine si scompone, si frantuma, si presenta come varie singole conferme o aspetti riconoscibili.

 

Io direi che la cosa principale per un soggetto vivente, per un essere vivente è poter toccare se stesso, sentire che appartiene a se stesso, sentire che le immagini che ha a disposizione partecipano a questo suo essere se stesso, confermare se stesso, toccare se stesso. Questa è l’esigenza che regola il livello e il contenuto di ciò che chiamiamo carico utile e cioè essere con la Vita in un rapporto tale da poter sempre, in ogni situazione, essere accessibili a se stessi, disporre di se stessi. Di per sé le definizioni, i criteri dell’ordine significano poco o addirittura niente. I criteri tramite cui finora si svolgeva la narrativa sul piano umano, lasciamoli diventare ancora più relativi, smontiamoli ancora di più e così facendo liberiamo ulteriormente le cellule che sono incastrate dentro questi scompartimenti, questi binari stretti della narrativa. Liberiamo le energie da questo ordine rigido, però nello stesso tempo non è che diamo il via libera al disordine. Piuttosto, da tutta questa massa delle energie, dalle cellule liberate, cerchiamo di estrarre ciò che è il tuo specifico regime e livello del carico utile.

Ripeto, il segreto è quello di essere il più vicina possibile a te stessa, disporre di te stessa presso la località.

La località, a questo punto, ha significato nella misura in cui segue ed accompagna questo tuo carico utile. Le sagome della località diventano un derivato di questo tuo specifico carico utile. A questo punto non ha importanza come è impostata la Terra, la sagoma della Terra nelle teste degli altri soggetti, che cosa possono possedere altri soggetti, come possono essere le avventure altrui. La Terra, la terrestricità che tu hai in vista, che tu prendi in considerazione, è un’area della consapevolezza in cui tu puoi essere il più vicina possibile a te stessa. Un’area della consapevolezza in cui è manifestata la terrestricità che ti permette di avere un maggiore contatto con te stessa.

Adesso apriamo una parentesi e proviamo a chiarire questa cosa: il tuo concetto del movimento.

Può essere una condizione in cui tu ti rendi conto che ti stai muovendo nei confronti dell’ambiente ritenuto statico, ritenuto immobile oppure una condizione in cui il movimento transita attraverso di te, cioè, tu possiedi – registri un movimento che transita, sei conscia che dipende da te riconoscere un certo movimento che in qualche modo entra in contatto con te, ma non è tuo. In entrambi i casi, percepisci il movimento, la condizione del movimento.

Diciamo che queste sono le due estremità: o sei tu che ti muovi e l’ambiente è immobile o tu sei immobile e l’ambiente si muove, si avvicina o si allontana, ti coinvolge come testimone e/o come tramite del suo muoversi. A noi interessa trovare l’intersezione ottimale dei due regimi, la combinazione corrente che ha come riferimento quel famoso carico utile, la condizione in cui tu usufruisci del movimento, dei movimenti, per sentire di toccare il più possibile te stessa e di essere il più possibile in compagnia di te stessa.

La combinazione in cui tu sei in parte quella che si muove ed in parte quella che incontra e registra il movimento altrui, che però dipende da te, dal tuo status regolatore.

Come potrebbe essere un movimento che serve il più possibile il tuo stile, il tuo regime del carico utile?

Intanto dovrebbe essere un movimento che nello stesso tempo parte da te e viene verso di te, come se tu possedessi sia il punto di inizio, sia il punto di arrivo e li attivassi contemporaneamente. Se tu inizi il movimento, e cioè, attivi un certo consumo delle energie prendendo in considerazione soltanto il punto di inizio, il movimento non potrà risultare completo perché, per nascere come un movimento completo, lo slancio in qualche modo dovrebbe iniziare contemporaneamente dal punto iniziale e dal punto finale.

Nell’esposizione della Vita umana non era possibile raggiungere – attivare il punto di arrivo al momento della partenza, non era accessibile per definizione dentro il sistema dei movimenti lineari. Se fosse stato accessibile, non ci sarebbe stato alcun movimento perché il muoversi umano ragiona così: “Io inizio qualcosa per raggiungere un obiettivo che è là da qualche parte, non presso me stesso corrente, sono nel punto A e vorrei ritrovarmi nel punto B”.

A livello dello sguardo umano la differenza viene creata dallo spostamento. Se uno si sposta da Milano a Verona, ha la sensazione di aver posseduto ed espresso questo movimento, questo movimento della trasferta e gli risulta che si è creata una differenza. Ciò che viene disegnato sul suo schermo è la condizione che lui ha iniziato il movimento, per esempio a Milano, e poi l’ha concluso a Verona, magari l’ha concluso anche bene, però non sente di aver posseduto un movimento veramente completo. Diciamo che è un difetto ottico dell’attuale palcoscenico perché l’aspettativa viene uguagliata a qualche riferimento noto e/o presunto che al momento di partenza non è accessibile, non è accessibile in termini di tempo e/o in termini di spazio (ma che si presume e si spera sarà accessibile nei termini delle velocità e percorrenze lineari), mentre nel regno dei movimenti liberi è il consumo delle energie che detta le differenze. È il consumo delle energie che è alla base di tutte le determinatezze e, a quel livello, è possibile far congiungere il punto di arrivo e il punto di partenza perché sono comunque diversi. Tu li puoi mettere insieme, uno accanto all’altro, ma siccome ognuno è formato da un consumo delle energie diverso, sono cose diverse.

Quindi, per poter possedere un movimento completo bisognerebbe poter contemporaneamente possedere il cosiddetto punto iniziale e il cosiddetto punto finale, punto finale calcolato anche in modo approssimativo, però, l’importante è che non venga abbinato alle attuali impostazioni dell’ambiente, in termini delle velocità, dei consumi delle energie, del comportamento delle cellule.

Nella consapevolezza espansa, per poter possedere qualcosa, bisogna saper allacciare se stessi, in termini di consumo delle energie, a tutto lo spettro operativo, abbracciando contemporaneamente il punto in cui il fenomeno sorge ed il punto in cui il fenomeno finisce.

La sensazione del movimento. Abbiamo detto, che il movimento parte dal tuo punto di partenza, ma anche dal tuo punto di arrivo.

Ma a questo punto la direzione, la direzione della realtà, che cos’è, come è? Se ti è dato, a livello della consapevolezza, di possedere contemporaneamente queste due estremità apparentemente separate l’una dall’altra, separate dal tempo, separate dallo spazio, se tu le puoi intrecciare insieme dentro il landscape della Vita autentico, che cos’è la direzione, come può essere definita la direzione? Se il movimento sorge in un punto e poi dopo arriva in un punto diverso che però sono uno accanto all’altro, quale è il significato della direzione? Qui stiamo decisamente uscendo fuori dai concetti delle direzioni che vengono usati nella dimensione umana.

Io direi che la direzione è una specie di interruttore della Vita che serve la trasformazione, la trasformabilità.

La direzione è qualcosa che trasmette un ordine, che trasmette un comando, non è una direzione dello spostamento lineare. È qualcosa che crea una differenza di qualità dal punto di vista del motore di ricerca. Se il motore di ricerca trova una certa direzione nella dimensione della Vita autentica, contemporaneamente, inevitabilmente, entra in possesso di qualche grandezza trasformativa, qualche dato trasformativo, qualcosa che ha a che fare con la trasformabilità. Non è possibile essere agganciati ad una certa direzione e rimanere immutati, non è tecnicamente possibile. Proprio a livello dei codici, la direzione significa cambiamento. Le direzioni non sono importanti di per sé: sono importanti in quanto interruttori che permettono di attivare un certo regime di aggiornamento nella terrestricità, aggiornamento di se stessi prima di tutto, il quale però, di conseguenza si riflette e si propaga anche a livello esterno.

Per sentirti in trasformazione, per sentirti sulla cresta dell’onda del cambiamento, per sentire queste varie differenze che possono essere notate, registrate ed investite nel tuo campo della realtà e della Vita, tu devi accendere le direzioni, le devi usare come interruttori della Forza, devi usare le direzioni come interruttori che ti danno le differenze, le differenze di qualità, che ti permettono di toccare te stessa in quanto un essere in trasformazione, che ti permettono di aggiornare il tuo parco delle grandezze e anche di togliere certe grandezze che non ti interessano più dal punto di vista del consumo delle energie.

Come scegliere queste direzioni – interruttori?

Hai a disposizione, avete a disposizione, diversi movimenti, movimenti che partono da te, che partono da voi, però voi questi movimenti, per inerzia, per abitudine li percepite dentro le direzioni, dentro le carreggiate, dentro i solchi attualmente in vigore nella dimensione umana. Non è che i movimenti di per sé siano insufficienti o sbagliati, solo che sottovalutate molto il loro vero potere. Con i movimenti potreste agganciare tante più cose: potreste, per esempio, avere l’accesso a queste direzioni – gate – interruttori – canali della trasformabilità.

Ieri abbiamo detto che le azioni, i movimenti, possono essere usati come delle chiavi da girare nelle serrature: adesso sto suggerendo che i movimenti sono come un pass per raggiungere la direzione e la direzione è come un interruttore. Quando tu accendi l’interruttore qualcosa succede.

A questo punto, il movimento ti ha portata fin là, ti ha fatto agganciare al tuo interruttore, però la differenza di qualità non viene creata dal movimento stesso (che ancora risale al pedigree delle carreggiate e dei solchi del muoversi umano), ma viene creata dall’accensione dell’interruttore, dall’attivazione del canale regolatore della Vita in cui avviene la trasformazione.

Quindi è possibile usare anche un movimento molto semplice, banale, microscopico, anche quelli di cui sei stufa, però, se lo riabiliti, nel senso che gli riconosci il suo status di essere un pass verso gli interruttori della Vita, grazie ai movimenti raggiungerai gli interruttori e quando viene acceso un interruttore, avvengono gli spostamenti delle energie, cambia la sezione dell’ambiente, cambia quello che ti circonda.

Vedi, molte cose dipendono da te, però poi vengono eseguite e messe in moto dalla località. Il punto è che tu possiedi il tuo movimento presso la località, però, questo movimento a volte potrebbe anche assumere delle sembianze in cui è come se tu fossi immobile o quasi mentre la località sta usando i tuoi giri – turnover, si occupa di organizzare le cose per te, si muove verso di te. È importante anche non guardare le cose in modo troppo stretto.

Adesso iniziano varie cose interessanti che hanno a che fare con l’aggiornamento della propria percezione della località, con l’aggiornamento della percezione del movimento stesso perché tu possiedi e percepisci la località essendo ancora dipendente dai criteri tramite cui percepire la località umana, ma quelli sono un po’ come la luce delle stelle ormai morte. Apparentemente si vedono, apparentemente contano, però la sorgente di questa luce ormai non è più in funzione. È molto importante osservare il comportamento della località, ciò che la località tende a mostrarti, con che cosa attira la tua attenzione, ma nel tuo osservare permettiti il più possibile di non usufruire degli attuali criteri dell’osservazione.

Per esempio, percepisci di essere tu al centro della Terra. Che cosa succede intorno a te, in tua presenza, che cosa succede per quella sola ragione che la cosa potrebbe essere rilevata da te? Non è un criterio di osservazione molto umano, non è per niente umano.

Come puoi renderti conto che tu possiedi questo centro della Terra, che tu stessa formi il centro della Terra? Sostanzialmente notando le differenze, aggiornando la tua percezione, aggiornando ciò che sapevi finora della Terra e di te stessa sulla Terra e della popolazione della Terra.

Questo aggiornamento della percezione dovrebbe crearsi pezzo per pezzo: è come tessere insieme un nuovo sistema segnaletico, un nuovo organo della vista. Quindi, usufruisci di ogni dettaglio, usufruisci di ogni singola annotazione, piccola, sparsa, magari potresti anche non essere nemmeno sicura di averla notata per davvero, ma tirerà comunque l’acqua al tuo mulino.

L’ordine della trasformazione. La trasformazione è una cosa straordinaria però nello stesso tempo va anche ordinata, l’ordine è comunque un criterio universale, la Vita si muove con ordine. E così anche la trasformazione ha un suo ordine specifico che per definizione è diverso dall’ordine familiare perché avviene qualcosa di straordinario, nascono cose nuove. La trasformazione è la trasformazione.

Come essere nel tuo ordine familiare e contemporaneamente nell’ordine della trasformazione? La differenza è creata da un ordine di grandezze. L’ordine, qualsiasi ordine, a sua volta viene definito, determinato da certe grandezze che ci sono in campo. Il tuo ordine di prima, il tuo ordine familiare è rappresentato, simboleggiato da certe grandezze. Prova ad usufruire di queste grandezze e sentirai come non sono più le stesse grandezze, potrai osservare come si trasforma in diretta una certa grandezza, oppure come ciò che finora a te risultava una grandezza determinante, uno dei nodi del vecchio ordine, non c’è più, ti sta sfuggendo, non è più pertinente, non ti riguarda più.

Questo genere di osservazione, che è più a livello della psiche in generale che non a livello del singolo pensiero, ti porterà delle conferme e tutte queste conferme si uniranno in un unico coro che canterà: “L’ordine di prima è diventato obsoleto, l’ordine di prima è diventato obsoleto, evviva un ordine nuovo, evviva l’ordine della trasformazione!”. La tua voce, il tuo discorso, la tua parola naturalmente si inseriranno in questo coro. E sentirai come a volte fai un assolo, e riscuoti gli applausi per conto tuo, ma sentirai anche come la tua partitura sia strettamente intrecciata con quella del coro, con quella della Condizione Maiuscola.

 

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